Commento circolare MIM del 21.03.2025 – Vera Gheno – Il Domani

Commento di Vera Gheno alla circolare MIM del 21.03.2025 pubblicato su Il Domani del 23.03.2025 (fonte originale)
È del 21 marzo la circolare del MIM, Ministero dell’Istruzione e del Merito, che avvisa le scuole della necessità di rispettare le regole della lingua italiana evitando di usare asterischi e schwa nelle comunicazioni ufficiali.
La motivazione è che “l’uso di segni grafici non conformi, come l’asterisco (*) e lo schwa (ə), è in contrasto con le norme linguistiche e rischia di compromettere la chiarezza e l’uniformità della comunicazione istituzionale”.
A dire il vero, non sono affatto stupita dalla notizia, che per me dà la piena conferma dell’enorme valore simbolico di questi segni non convenzionali: non si vieta qualcosa che si ritiene irrilevante, e se si smuove perfino il MIM, significa che tali esperimenti linguistici sono riusciti a far parlare di sé.
Vorrei ricordare a chi mi legge che questi usi linguistici sono nati almeno un decennio fa in seno alle comunità LGBTQIA+ per tenere conto, anche a livello linguistico, dell’esistenza di persone che non si riconoscono nel maschile e nel femminile e per riferirsi a una moltitudine mista non riassumibile nei due generi; se non che a un certo punto, e non per volontà di quei contesti, la questione è diventata oggetto di dibattito pubblico, a mio avviso mal posto sin dall’inizio. Invece, infatti, di riconoscere l’esigenza da cui questi esperimenti, per definizione marginali rispetto alla norma linguistica, nascevano, la discussione si è subito spostata sulla liceità dell’uso: una diatriba che mi ha sempre interessata poco, dato che non ho mai pensato che il senso delle sperimentazioni fosse quello di creare una nuova regola, quanto piuttosto di ribadire l’estraneità a essa, marcandone i possibili limiti: il famoso “dito in un occhio” linguistico.
Non è un caso, per me, se da una parte chi usava lo schwa o l’asterisco prima, ha continuato a usarlo là dove lo riteneva utile, senza percepire l’urgenza di scrivere interi manuali a favore della questione (non esiste una sola monografia dedicata alla promozione di questo segnetto), mentre, nel contempo, si è creato un vero e proprio filone saggistico di testi vòlti a spiegare i mille motivi per cui lo schwa non si può fare.
In un testo del 2022, uscito sulla rivista digitale dell’università di Genova “About Gender”, scrivevo: “Da un punto d’osservazione che tenta di essere meramente descrittivo, le pratiche linguistiche ampie sono dunque un sintomo; lo schwa, al momento forse la pratica più discussa, va a mio avviso percepito come una specie di pietra d’inciampo linguistica: la speranza è che, incontrandolo, le persone si interroghino sul suo senso, sul suo significato, su cosa mai sia quella piccola e ruotata di centottanta gradi. Rimane un uso simbolico e fortemente connotato socialmente, culturalmente e anche politicamente. Per questo, lo uso il meno possibile, preferendogli altre strategie per evitare di genderizzare il testo (per esempio, il ricorso a circonlocuzioni semanticamente neutre come nomi collettivi – la classe, la comunità studentesca – o sostantivi quali individuo o persona). In generale, ne condivido e ne porto avanti l’impiego in determinate situazioni (per esempio, se mi trovo in un contesto queer o comunque sensibile alle questioni di genere), ma non ne approvo l’uso indiscriminato, come in documenti che dovrebbero continuare a privilegiare la massima accessibilità linguistica pensando a migranti, persone dall’alfabetizzazione carente o che hanno qualche difficoltà di lettura (e quindi contesti istituzionali, amministrativi, rivolti a tutta la cittadinanza)”.
Avevo già espresso tutto quanto mi interessava e mi interessa esprimere: personalmente non metterei mai lo schwa in una circolare scolastica perché quello dovrebbe essere un testo massimamente comprensibile e accessibile al numero più ampio possibile di persone. Il divieto di usare schwa o asterischi, dunque, per me è simbolico esattamente come lo è – in altri contesti – il loro uso: ci racconta di una scuola che è spaventata dalla queerness, che viene identificata come parte di quella temibile ideologia gender, espressione che, a quanto vedo, la maggior parte delle persone che la impiegano non riesce a definire, ma che forse proprio per questa sua indefinibilità è diventata uno spauracchio da agitare alla bisogna davanti al naso della società.
Sono d’accordo sul fatto che spesso le circolari scolastiche siano poco comprensibili; ma lo schwa e l’asterisco sono l’ultimo dei loro problemi, che identificherei piuttosto nell’ostinazione a impiegare una lingua lontana dalla vita quotidiana, dall’uso vivo, utile a creare un baratro tra chi scrive e chi legge piuttosto che a costruire ponti: il burocratese. Spero dunque che il MIM agisca con la stessa solerzia contro queste concrezioni calcaree linguistiche, che di certo non favoriscono la chiarezza e la comprensibilità dei testi in discussione.